Robert Eggers

The Witch

Siamo così acclimatati alla visionarietà high concept, quella da pallottoliere, la più elementare e la più conveniente, e spesso la più volgare, che difficilmente ne riconosciamo un’altra, meno ordinaria, meno prevista. Eppure uno dei più grandi registi visionari di tutti i tempi è Maurice Pialat, scambiato costantemente per un neorealista, lui che disprezzava apertamente il neorealismo (tranne i primi piani di Rossellini) e la sua rappresentazione post-sincronizzata della realtà.

Per lo spettatore e la critica odierni, ispirati da una consuetudine storica proto-futurista e para-surrealista, sono indistintamente visionari Jodorowsky e Nolan, Tourneur, Herzog e un cinecomix contemporaneo qualunque, a tal punto che della visionarietà si sono perse identità e morale. Ma se provassimo per un momento a liberarla dagli orizzonti tecnologici e a curvarla in una ricerca dolorosa dell’essere, potremmo giungere all’idea della persona quale nodo primario di visionarietà e fenomeni visionari. Non un panorama, dunque, non un orizzonte estetico, bensì l’uomo. A questo proposito, non ci sono film più visionari di Police (1985) e Sotto il sole di Satana (1987), e non c’è cineasta più profondamente e intimamente visionario di Dreyer.

Mi sembra che Robert Eggers in The Witch abbia l’ambizione di recuperare della visionarietà la sua forma meno appariscente e più meditata, quella più intima e nascosta che tormentava il regista di Dies Irae (1943) e nella quale un capolavoro come La gueule ouverte (1974) trovava la sua verità. Ingmar Bergman non era visionario perché frammentava il montaggio di Persona (1966) o perché ispessiva i colori di Sussurri e grida (1972): lo era nelle sottrazioni, nelle negazioni, nella ricerca costante e spasmodica di un senso. Era nel processo angoscioso e fallimentare di questa ricerca che nasceva la visionarietà di Bergman, proprio come in Dreyer e in Pialat.

Senza autorializzare nessuno prima del tempo, Eggers sceglie la stessa strada, difficile e scomoda, rinunciando alla stragrande maggioranza dei cliché del genere, e concentrandosi sull’individuo quale figura dalla quale far emergere la visionarietà. L’effetto speciale è l’irriproducibilità di un orrore che è tutto introflesso, per lo più invisibile e inspiegabile, senza nome, senza contorni, senza immagine; un tormento oscuro e indefinibile. Nell’horror contemporaneo, e specialmente hollywoodiano, è un unicum: non dà niente per scontato, non lusinga, non crea facili scorciatoie. The Witch osserva il Male che eccede l’uomo, un male che non è né un mostro, né un intruglio gore: è il dubbio, il sospetto, il pettegolezzo, la superstizione, la fede, che insieme spezzano i sentimenti (d’amore, famigliari, civili) e insieme istituiscono la nuova società, cioè il mondo come lo viviamo oggi.

Eggers ha coraggio, e decide in favore di una visionarietà sottomessa e mimetizzata, capace però di esplodere talvolta in delirio febbricitante fra estasi, epifania e astrazione mistica: è qui, alla larga da qualunque lesa maestà, che il film si avvicina miracolosamente a Dreyer e Pialat, nell’invocazione di un chiarimento impossibile, la supplica di un’indicazione, la preghiera di un’interpretazione della realtà, un’interpretazione di ciò che accade, di ciò che avviene a dispetto della famiglia e della sua unione, di tutte le cose che prendono il sopravvento su riflessione e conoscenza, un’interpretazione infine che non può esistere, perché la visionarietà di The Witch è un’astrazione, è qualcosa di immondo, fuori dal mondo, sconosciuto al mondo.

Come in Sotto il sole di Satana l’incontro in aperta campagna con il diavolo nei panni di un viandante piegava l’abate Donissan a tal punto da fargli perdere le forze e il fiato, così la famiglia di The Witch scopre a sue spese che il Male è un prodigio che nasce e dimora dentro di sé, nei confronti del quale non servono implorazioni. Il film di conseguenza non ha bisogno di visioni spettrali o di spaventi dietro l’angolo: basta il volto di un bambino che, malato di una febbre incomprensibile, farnetica domandando implicitamente e disperatamente un significato.

IL FILM

The VVitch: A New-England Folktale
Robert Eggers
Usa, Regno Unito, Canada, Brasile, 2015, 92'
Sceneggiatura:
Robert Eggers
Fotografia:
Jarin Blaschke
Montaggio:
Louise Ford
Musica:
Mark Korven
Cast:
Wahab Chaudhry, Viv Moore, Sarah Stephens, Ralph Ineson, Lucas Dawson, Kate Dickie, Julian Richings, Harvey Scrimshaw, Ellie Grainger, Bathsheba Garnett, Axtun Henry Dube, Athan Conrad Dube, Anya Taylor-Joy
Produzione:
Rooks Nest, Parts and Labor, Entertainment, RT Features
Distribuzione:
Universal Pictures

New England, 1630. Una famiglia di pellegrini, devoti cristiani, viene sconvolta e inizia a distruggersi dall'interno quando il suo quinto figlio, neonato, svanisce misteriosamente e il raccolto inizia ad andare male.




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